Milano, l’Italia e le Famiglie Arcobaleno

Tutta la discussione che si è sviluppata intorno al (mancato) riconoscimento di una famiglia arcobaleno di Milano, testimonia quanto ancora le questioni LGBTI siano avvolte dall’ipocrisia e dalla chiara volontà di una certa politica, che spazia sempre più da destra fino a sinistra, di continuare a proporre un modello discriminatorio ed eteronormativo, anche se oramai superato dai tempi e della storia.

Osserviamo plasticamente l’ipocrisia di chi non vuole accettare che una famiglia si basa sull’amore, non sul genere, non sull’orientamento sessuale; di chi volutamente fa finta di non vedere che le famiglie arcobaleno esistono e meritano dignità e riconoscimento. Osserviamo plasticamente la logica discriminante di chi pensa che i diritti siano di alcuni e non di altri, trasformandoli, quindi, in privilegi.

Di fronte ad una società che si chiude in se stessa, dominata dall’odio e dalla violenza, non dovrebbe esserci dubbio alcuno nel riconoscere l’amore, libero ed incondizionato, tra le persone e i propri figli. Ci interessa davvero se a provare quell’amore sia una coppia di donne, o di due uomini, o di un uomo e una donna? O forse è solo una repulsione che alcuni usano come ultima barriera per continuare a celare il fallimento di un modello che è oramai imploso?

A Milano è iniziata una battaglia che è politica, ma anche ideologica, che non possiamo e non dobbiamo sottovalutare. Sostenere le Famiglie Arcobaleno significa difendere l’amore ma anche la libertà e l’uguaglianza.

Significa spiegare che quando si lotta per la parità il privato è pubblico e quindi politico, come è emerso chiaramente nelle battaglie di liberazione degli anni sessanta, a differenza di come affermano alcuni politici, e anche qualche consigliere milanese, parlando delle persone LGBTI e dei loro rapporti.

E, per ultimo, un pensiero a chi pensa di rivendicare valori di libertà e diritti utilizzando la stessa narrazione, gli stessi strumenti e, ahimé, gli stessi contenuti di chi andrebbe contrastato: non si è davvero liber*, tanto meno uguali, se lo strumento di lotta è imporre la propria visione andando contro il principio di base che deve muovere la nostra battaglia, l’autodeterminazione di tutte e tutti.

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