La prima volta (seria) nel vortice dell’odio social

Non mi era ancora mai capitato di finire nel vortice dell’odio da social, o almeno non con un eco di queste proporzioni.

Pietra dello scandalo un tweet nel quale, in riferimento alle violenze, bestiali, di Rimini, ponevo la questione del tema della narrazione in particolare delle persone trans (in molti tra quotidiani e agenzie di stampa hanno appellato la donna trans peruviana, anch’essa vittima di stupro oltre alla donna polacca, al maschile), accompagnando il testo con una vignetta che Mauro Biani disegnò, già nel 2016, su questo tema.

Sembra, per alcuni, cosa di poco conto, invece quell’articolo sbagliato colpisce la persona in transizione nel profondo in quanto non rispetta l’identità di genere e calpesta la sua dignità. Ferisce, non in maniera fisica, ma a livello interiore. E la violenza, in tutte le sue forme compresa quella verbale, è da condannare senza alcuna esitazione, sempre.

Il tema della narrazione è centrale, così come lo è la scelta del lessico da utilizzare. Quante volte di fronte alle cronache dei femminicidi e delle violenze di genere ci siamo fermati ed indignati, giustamente, per espressioni come “raptus d’amore”, “amore morboso”, “delitto d’amore” ed altro. Abbiamo gridato che non si può parlare d’amore di fronte alle violenze. Ci indigniamo di fronte alle donne considerate oggetto, nelle pubblicità come nella vita quotidiana, molto spesso legandole all’immaginario sessuale. Lottiamo ogni giorno affinchè si arrivi ad un lessico di genere che sappia rispettare le donne abbandonando definitivamente una cultura maschilista, patriarcale e che si basa ancora sulla dominazione di un genere sull’altro. Quella stessa dominazione nei rapporti che è alla base di un atto atroce come è lo stupro, una violenza che non è solo fisica ma anche psicologica e che non ha alcun tipo di giustificazione ma merita sempre una condanna ferma e decisa.

Eppure non ho trovato la stessa sensibilità quando ho provato a mettere al centro della discussione una donna transessuale vittima della stessa barbara violenza della donna polacca che subiva anche la discriminazione lessicale di non veder rispettata la propria identità di genere.  Lo stesso Biani, autore della vignetta, è intervenuto twittando: “Non capisco tutta questa aggressività a fronte di una osservazione che non è solo lessicale, riguarda l’identità della persona. Ossia tutto”. Il centro della questione sta tutto in quell’ossia tutto.

Ed eccomi, quindi, alla mia prima volta (seria) nel vortice dell’odio da social.

“Come se la cosa importante fosse quale articolo fosse usato per la persona transessuale”, è stato il commento più frequente. Per passare al fatto che queste siano cose inutili, battaglie inutili, come i partiti che le portano avanti. Per arrivare a chi ancora considera l’identità come mero fattore biologico, nasci con organi sessuali maschili e maschio sei (e viceversa donna) punto e basta, lasciando trasparire quanto ancora sia radicato il pensiero transfobico nel nostro Paese.

C’erano anche quelli che armati di bandierine italiane sul profilo, no Ius Soli e prima gli italiani, pronti a condannare gli stupratori (probabilmente) stranieri,  quelli che secondo loro difendi a prescindere i migranti e che solo dopo che hanno violentato una mia familiare posso capire. Quelli che se parli di narrazione, automaticamente (per loro) non stai solidarizzando con le vittime, perché chiaramente (per loro) una cosa esclude l’altra. Quelli che le vittime cambiano di numero: per alcuni solo la donna polacca, per altri due, la polacca ed il/la trans, quasi per nessuno tre, due donne ed un uomo (perché lo stupro è atroce ma è bestiale anche picchiare selvaggiamente). Quelli che prendendo una parte di commenti sul lessico declinato al femminile hanno citato il tweet parlando di IngegnerA, SindacA e MinistrA (che è un’altra questione). Quelli che hanno strumentalmente ripreso un riferimento alle donne biologiche (dove facevo notare che non si doveva fare distinzioni) per rivenderselo tra risatine e battute, senza rendersi conto che anche dentro alla riflessione femminista, in alcuni ambienti, esiste ancora una frattura profonda tra cisgender e transgender.

Quello a cui ho assistito è stato un climax crescente di odio ed intolleranza, di polemiche e strumentalizzazioni, di deduzioni ed elucubrazioni buttate in pasto agli avventori dei social estrapolando da un tweet cose non solo mai dette ma nemmeno pensate. Uno specchio del mondo dei social che mette in allarme perché è stato un eco smisurato per un account twitter che non ha di certo il profilo di influencer. Un eco con tratti estremamente positivi in termini di visualizzazioni ed interazioni su un tema non scontato, ma con aspetti emergenziali sul piano del rispetto reciproco, del linguaggio e del confronto.

Un’esperienza che testimonia quanto lavoro ci sia ancora da fare e che conferma che abbiamo la responsabilità di ripensare i rapporti sociali tra i movimenti, per (ri)partire da quell’alliance objective di cui parla Sébastien Chauvin.

Per non arrenderci alla riflessione, amaramente attuale, di Umberto Eco: “I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”.


Se volete approfondire questo è il link al Tweet originario: https://twitter.com/gmarcoc/status/901909412931096576

Bon Voyage! (perchè è davvero un viaggio, tra odio ed intolleranza, pressapochismo e populismo)

jerry-kiesewetter-195442

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3 risposte a "La prima volta (seria) nel vortice dell’odio social"

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