La prostituzione non è questione di “buoncostume”

Parte da Frosinone l’ordinanza estiva, con validità fino al 30 settembre, firmata anche da Ceccano, Ferentino, Morolo e Supino, che ha come obiettivo quello di contrastare il fenomeno della prostituzione da strada nella zona ASI (una zona industriale, ma di grande passaggio vista la presenza anche di un centro commerciale).

Si legge dal sito del Comune di Frosinone che “per esigenze di pubblica sicurezza […] è fatto divieto a chiunque di porre in essere comportamenti diretti, in modo non equivoco o anche allusivo, ad offrire prestazioni sessuali a pagamento, oppure mediante abbigliamento indecoroso o che mostri nudità. E’ vietato chiedere informazioni a soggetti che realizzino comportamenti sopra descritti, così come si proibisce il concordare l’acquisizione di prestazioni sessuali a pagamento. Se l’interessato è a bordo di un veicolo, la violazione si concretizza anche con la semplice fermata”.

Ci sono alcuni elementi sui quali ci si può interrogare: il confine, labile, su ciò che è legale/illegale (e perché lo è), la fattispecie da perseguire con l’ordinanza e la definizione di quali siano i criteri di abbigliamento indecoroso.

La prostituzione a cui si assiste in strada è molto spesso un fenomeno riconducibile a tratta e sfruttamento che colpisce persone appartenenti a categorie e fasce deboli della nostra società, in primis migranti, ma anche italiani sotto la soglia di povertà. Sono proprio tratta e sfruttamento i crimini che vanno combattuti con controlli e verifiche costanti sul territorio capaci di intercettare flussi e racket non tanto di colpevolizzare chi ne è vittima. Serve un tavolo operativo capace di mettere insieme tutti gli attori interessati, pubblici, istituzionali ma anche associativi, capaci di contrastare i fenomeni di illegalità e offrire anche sostegno a chi ha bisogno di una exit strategy che li porti via dalla strada. La lotta alla tratta, allo sfruttamento e alla prostituzione obbligata deve passare da chi ne gestisce il racket non da chi ne è vittima che può essere multata e fermata, anche perché la prostituzione non è prevista come reato. Lo sono sfruttamento, tratta, favoreggiamento ed induzione, in pratica nulla che ha a che vedere con le vittime.

Rimangono altre perplessità sull’ordinanza: oltre alla durata anche il fatto che la prostituzione possa essere relegata ad un fenomeno contrario al buoncostume. Non si può pensare di andare nella direzione per cui anche solo un abbigliamento indecoroso possa essere sinonimo di contrasto alla legalità. Dopotutto la domanda sorge spontanea: quale è il confine tra decoro e indecenza? È chiaro a tutti che essere nudi in mezzo ad una strada, come spesso accade a chi è obbligato a vendere il proprio corpo, possa essere un fenomeno indecoroso, ma per qualcuno potrebbe anche esserlo un pantaloncino troppo corto o una maglietta scollata, un velo oppure un determinato tipo di abito. Il decoro non può essere considerato un principio giuridico in quanto soggettivo e non oggettivo ed in uno stato di diritto, il diritto, appunto, deve essere uguale per tutti. La prostituzione non è questione di “buoncostume” ma di diritti, libertà e autodeterminazione, tre elementi che le persone che osserviamo in alcune strade delle nostre città, d’estate come d’inverno, hanno perso insieme con la loro dignità.

Inoltre non possiamo di certo nasconderci dietro una foglia di fico: la prostituzione esiste da sempre e da sempre si è contraddistinta tra chi la sceglie come attività volontaria e chi invece, per cause economiche, sociali o di sfruttamento, la subisce come un obbligo.

Di fronte ai sex workers volontari, donne, uomini e persone transessuali, serve una discussione ampia e laica che consideri anche una regolamentazione con norme chiare e precise, non solo sul piano economico e fiscale ma anche su quello delle tutele socio-sanitarie. Bisogna vincere i tabù di una società che non riesce ancora ad affrontare le questioni legate alla sfera sessuale, prevenzione e malattie sessualmente trasmissibili comprese.

Altrimenti ci chiudiamo nell’ipocrisia, ahimè troppo diffusa, di voler guardare solo alla schiavitù sessuale, da contrastare in ogni forma e con ogni mezzo, e non al fatto che c’è chi l’amore lo fa per noia, chi se lo sceglie per professione come cantava Fabrizio De André in Bocca di Rosa.


OFF TOPIC (ma nemmeno troppo)

La questione ha sollevato un grande dibattito, anche sui media locali, come era prevedibile. Purtroppo va registrato che anche in questo caso, come in altri che infiammano l’attualità e la cronaca, migranti in primis, spesso si assiste ad una narrazione non propriamente corretta dei fenomeni.

Ad esempio titolare parlando di “turismo sessuale” non è corretto: la prostituzione è una cosa il turismo sessuale è un’altra. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO), il turismo sessuale si può definire come viaggi organizzati con l’intento primario di far intraprendere una relazione sessuale a sfondo commerciale con i residenti del luogo di destinazione.

Un tipo di turismo che, secondo i rapporti di Ecpat Italia, riguarda anche gli italiani.

insegna neon con tacchi

 

 

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