Il tema centrale della rappresentanza

Quando nel 1775 partì la rivolta dei coloni americani contro la Madrepatria il grido di protesta era uno:

“No taxation without representation!”

Lo slogan era chiarissimo: i coloni rivendicavano l’illegittimità delle decisioni di un Parlamento nel quale non erano rappresentati e che quindi non riconoscevano. Da allora di strada se ne è fatta tanta, eppure,  il tema della rappresentanza politica era e resta nevralgico per rendere realmente effettiva la democrazia, in particolare quella parlamentare.

La questione della rappresentanza è centrale anche oggi nel dibattito sulla Sinistra da ricostruire in questo Paese. In effetti la “rappresentanza” incarna in sé sia il problema che l’opportunità: il progetto di unificazione intorno ad un progetto condiviso (la strada delineata dall’appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari) non regge se nel suo contesto si ripresenta la classe politica di un tempo (che tra alti e bassi ha contribuito, facendo la sua parte, al fallimento generale della Sinistra), mentre ha grandi orizzonti se si ribalta il piano della discussione facendo emergere l’impeto dell’auto-rappresentanza territoriale di tutti quei militanti ed attivisti che ogni giorno si impegnano sui temi che agitano il Paese reale.

Il progetto di una Sinistra unita, libera, coraggiosa, laica, non può esimersi dal capovolgimento totale di un modo di fare politica che per troppi anni ha messo al centro i leader e le loro scelte, molto spesso scollegate dalla base. È arrivato il momento di riappropriarci di quella rappresentanza urlata e richiesta a partire dalla Rivoluzione Americana che rappresenta il nucleo essenziale dei regimi democratici.

Per uscire fuori dalla Sinistra di sopravvivenza che si aggrappa alla percentuale dello sbarramento, e trasformarci in Sinistra di governo, dobbiamo partire da un processo di costruzione di un Manifesto partecipato e condiviso che parta dai territori e che non si basi solo sull’identificazione di temi comuni, intorno ai quali sviluppare progetti politici, ma anche sul fatto che siamo noi stessi a dover rappresentare quei temi, come già facciamo nell’attivismo della quotidianità.

Ci vuole un moto di riconquista del nostro essere aristotelicamente zoon politikon, a partire dai più giovani, quelli del ’99 a cui scrive anche Giuseppe Civati, e quella generazione  di under 35 che ha votato con chiarezza No al referendum costituzionale del 4 dicembre e che più di tutti è orfana di un riferimento politico a Sinistra. A loro dobbiamo chiedere non solo di sostenere un processo di (ri)costruzione di un fronte sgretolato ma anche di esserne i primi rappresentanti sui territori. Per un rinnovamento della classe dirigente che non sia solo uno slogan da campagna elettorale ma che diventi un processo di formazione/selezione continuo e costante e soprattutto radicale.

“Quando il cittadino è passivo è la democrazia che s’ammala” diceva Alexis de Tocqueville.

In questo percorso, non privo di ostacoli, l’impegno di tutti è determinante. Nessuno potrà farlo al posto nostro. Per questo l’assemblea del Brancaccio proponeva una Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza: un’alleanza del popolo e per il popolo per riportare al centro democrazia ed uguaglianza.

Uguaglianza, l’eterna (volutamente) dimenticata dalla scena pubblica; la candidata perfetta per ogni elezione che finisce invece per identificare il coniglio che esce dal cilindro del mago solo quando è strettamente necessaria.

Anche in questo caso dobbiamo invertire il paradigma. Serve uguaglianza nei diritti e nelle possibilità, anche quando cercano di convincerci che le priorità siano altri; uguaglianza che si declina come lotta alle disuguaglianze e alle discriminazioni.

Uguaglianza che è anche laicità come ci hanno ricordato bene da Perugia dove il Pride Village di quest’anno aveva come slogan “Si scrive laico, si legge libero”. Non possiamo pensare che questioni come la laicità, i diritti e le rivendicazioni della comunità LGBTQI*, quelli delle Famiglie Arcobaleno, la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili o la battaglia per una legge nazionale che inserisca in tutte le scuole di ogni ordine e grado l’educazione alle differenze, siano sempre secondarie rispetto ad altri temi.

La sfida di una nuova Sinistra passa necessariamente da qui: da un processo di auto-rappresentanza, senza attendere che qualcuno dal suo scranno parlamentare o dal suo ruolo di leader di una sinistra che fu ci dica chi candidare, e dalla scrittura di un Manifesto[1] da costruire sui territori dove nessun tema sia secondario perché dietro ogni  questione c’è la storia di cittadine e cittadini che per troppo tempo si sono sentiti dire che non era ancora il loro momento.

La Sinistra che vince è quella che con coraggio afferma che non c’è più bisogno di aspettare e che il momento di tutte e tutti, della rivoluzione sociale e politica che aspettiamo da tempo, è adesso. Di fronte alla grande sfida di ridare speranza e rappresentanza a chi oggi non trova punti di riferimento, nessuno può tirarsi indietro.

“La democrazia non è solo il diritto di voto, è il diritto di vivere con dignità”  – Naomi Klein


[1] Qualcosa noi di POSSIBILE abbiamo cominciato a fare

together

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