Quella T troppo volutamente dimenticata

Il 17 maggio ogni anno è la giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia. In questo 2017 dobbiamo registrare che non si è fatto alcun passo in avanti sul contrasto alle discriminazioni per orientamento sessuale ed identità di genere nel nostro Paese a fronte di un numero costante, se non crescente, di episodi di violenza e odio.

Ne scrivo oggi a distanza di qualche giorno e dopo aver passato un week-end, quello subito successivo al 17 maggio, a parlare di questioni Trans in due bellissimi e partecipati eventi, uno ad Alatri ed uno ad Aprilia. Alla presenza di due persone transessuali abbiamo parlato di diritti e discriminazioni, di quella T che per troppo tempo abbiamo dimenticato. Volutamente dimenticato.

A livello politico e normativo la legislazione sui temi transessuali è pressoché ferma agli anni ’80 quando si scelse di legare il tema dell’identità alla questione fisica e biologica, decidendo, per esempio, che i cambi anagrafici potevano essere effettuati solo al termine di tutto il processo di transizione.

Da lì ci siamo praticamente fermati ignorando che la società si evolve e contestualmente servono anche nuove norme fondate sul concetto che l’identità della persona non può essere confinata alla mera variabile del genere biologico di nascita. Invece per troppo tempo ci si è volutamente dimenticati delle persone transessuali confinandole ai margini del dibattito pubblico, prede di stereotipi e pregiudizi ma anche di iter medici, giuridici e burocratici infiniti.

Abbiamo voluto ignorare le difficoltà che le persone in transizione vivono quotidianamente a partire, per esempio, dalla scuola e dall’Università quando sono costretti a presentarsi con dei documenti che non rispecchiano non solo l’identità ma anche il lato estetico ed esteriore. Abbiamo voluto impostare tutto il ragionamento sul fatto che la disforia sia qualcosa da riparare attraverso la riattribuzione chirurgica senza voler mai capovolgere il punto di vista riflettendo sul fatto che si tratti del benessere (psico-fisico) e della piena realizzazione dell’essere umano.

È arrivato il momento di invertire la rotta, che non sia un Paese per transgender lo sappiamo (ne ho parlato per Possibile qui). Ora serve aprire il vaso di Pandora delle questioni transessuali ed impegnarci a recuperare il tempo che abbiamo perso facendo tesoro sia delle nuove posizioni del manuale diagnostico. che dal disturbo dell’identità di genere parla ora di disforia di genere, sia delle sentenze nazionali ed internazionali sul diritto al nome (ed al cambio dei dati anagrafici) anche senza l’operazione chirurgica.

Si tratta di battersi per la depatologizzazione della transessualità  tenendo conto del fatto che dietro ogni transizione c’è una persona con la propria storia e la propria dignità. Si tratta di lottare per la libertà di autodeterminarsi anche al di fuori del sistema binario che per anni ci hanno descritto come l’unico capace di descrivere la realtà circostante. Si tratta di contrastare con tutti i mezzi ogni forma di discriminazione compresa quella intersezionale.

Per questo servirebbero tanti eventi come quelli di Alatri ed Aprilia dove ascoltare la quotidianità e la naturalità della transizione in vista di un benessere ed una felicità che sfidano e vincono ogni pregiudizio ed ogni discriminazione.

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