Poletti Again

Non ho mai amato il calcio e anche da piccolo ad una partita di calcetto preferivo un buon libro o una passeggiata con gli amici. All’Università, perché ci sono andato anche se oggi qualcuno dice che in Italia non serve nemmeno poi molto mentre è preferibile lavorare (?) sin da subito, non ho scelto una facoltà tecnico-pratica ma Scienze Politiche, quella che nei ritornelli sarcastici sta a braccetto con Scienze delle Comunicazioni (Vacanze Politiche e Scienze delle Merendine).  Un destino segnato praticamente.

Sono stato anche all’estero, per 10 mesi a Strasburgo, e lì i giovani lavorano; all’Università, in qualsiasi facoltà, sono gratificati e una volta terminati i percorsi accademici vengono valutati per conoscenze, meriti e competenze. Meritocraticamente direbbe qualcuno anche in Italia, magari senza nemmeno rendersi più di tanto conto di cosa significhi.

Poi sono tornato e mi sono detto che quelle competenze acquisite tra Università ed estero fosse giusto sfruttarle per cercare lavoro nel mio Paese. Incurante, anche qui, del fatto che fosse abbastanza chiaro come il destino sarebbe stato diverso.

Sono un ragazzo come tanti: competente, preparato, capace di relazionarsi in contesti multiculturali e con conoscenze linguistiche. Sono un classico esempio della generazione neet, che non studia e che non lavora, e che passa da un tirocinio all’altro, perché questo per noi è il solo contratto di lavoro: lo stage, il tirocinio, i progetti e le provvigioni.

E poi c’è Poletti, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali dal 2014, che non perde l’occasione per macinare gaffes sulla situazione giovanile in Italia. Dopo l’uscita infelice, che ha sollevato polemiche e portato a scuse ufficiali, sul fatto che in molti casi è meglio che i giovani emigrino alla ricerca di lavoro all’estero “per non averli più fra i piedi”, adesso il lancio di una nuova filosofia di vita: “Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum”[1].  Ora ho capito perché nonostante i tanti CV inviati, i feedback sono pochissimi. Non gioco a calcetto.

Avevo un cammino segnato già da piccolo, quando ho preferito i libri al calcetto. A 27 anni è un po’ tardi per comprare i primi scarpini. Posso però spingere i più giovani a coltivare la passione per questo sport o fargli capire che il vero grande traguardo da raggiungere sarebbe quello di una società dove si è valutati per le proprie capacità, per i propri meriti e le proprie competenze e non su quante partite si giocano e soprattutto con chi le si gioca.

Oppure si può andare all’estero dove molto spesso questo avviene già; non significa gettare le armi ma rendersi conto che quando certi schemi tattici vengono addirittura istituzionalizzati tramite le parole di un Ministro forse gli ostacoli sono più grandi di noi.

[1] http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/03/27/news/poletti_a_bologna_il_lavoro_si_conquista_con_la_fiducia_-161552008/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P5-S1.8-T1

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Una risposta a "Poletti Again"

  1. Nonostante le sue ridicole giustificazioni, la frase di Poletti tradisce l’idea che in Italia se no conosci qualcuno non lavorerai mai. E lui incarna bene questo spirito borghese, perché ha dimostrato a tutti che non è Ministro per le sue qualità

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