L’arte della provocazione

Provocazione viene dal verbo latino provocare che indica l’azione di venire fuori; con il tempo ha assunto, nella versione sostantivata, il significato di azione, irritante, ostile, che provoca, di risposta, atteggiamenti della stessa modalità.

La stessa sensazione irritante della provocazione si è manifestata oggi, quando il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, succeduto a Matteo Renzi  che ha lasciato dopo la sconfitta del referendum costituzionale, ha reso nota la sua squadra di Governo con la quale si presenterà alle Camere per il voto di fiducia.

Tutti confermati, comprese Lorenzin (Fertility Day), Madia (la cui riforma in parte è stata bocciata dalla Consulta) e Pinotti (che ancora non ha ben chiarito il ruolo del nostro Paese nella vendita di armi ad alcuni Paesi mediorentiali). Perde il posto solo la Giannini sostituita da Valeria Fedeli (dopo il rifiuto di Cuperlo), mentre si sposta la Boschi (firmataria del DDL bocciato sonoramente al referendum) che dalle Riforme Costituzionali (non tanto condivise dal Paese) diventa Sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio. Alfano transita dagli Interni agli Esteri (ricordo solo il caso Shalabayeva), e arrivano due “new entry” come Finocchiaro e Minniti. Inoltre si istituisce, in un Governo che dovrebbe occuparsi di traghettare l’Italia al voto dopo aver rivisto la legge elettorale, il Ministero dello Sport assegnato (senza portafoglio) a Luca Lotti. Per il resto tutto uguale al Governo precedente; assente nuovamente (almeno per il momento) la delega alle Pari Opportunità.

Ecco forse anche la provocazione è un’arte; un qualcosa che si può studiare ed affinare. Il Governo Gentiloni nasce come un Renzi-bis senza Renzi. La politica della “rottamazione” fallisce definitivamente quando i simboli stessi di quella classe dirigente che ha fatto il suo corso e che andava sostituita da una nuova generazione, secondo l’ottica renziana, assume addirittura posizioni di Governo (per di più in Dicasteri chiave) con Anna Finocchiaro e Marco Minniti (tra l’altro entrambi di derivazione politica dalemiana). Perde di significato anche il voto popolare che resta inascoltato se chi ha dato il nome a quella riforma come Maria Elena Boschi non fa un passo indietro (che forse doveva arrivare già con il caso di Banca Etruria, non tanto per un possibile, o meno, coinvolgimento ma per un senso di etica) ma resta nel Governo cambiando solamente il ruolo ricoperto. Solo al MIUR si legge un cambiamento, sicuramente legato anche alle grandi proteste che hanno segnato l’entrata in vigore della “Buona Scuola” che comunque era un’iniziativa sponsorizzata dall’ex Presidente Renzi e da molti altri nel PD: Stefania Giannini è l’unica che perde il suo Ministero lasciando il posto a Valeria Fedeli, che segna, forse, l’unico punto a favore nel nuovo Governo considerate le sue posizioni su educazione di genere e questioni LGBTQI*.

Quando mi trovo a ribadire che c’è una parte di cittadin* che sempre più chiaramente vota anche per dare un segnale di bocciatura ad una classe politica chiusa in se stessa, incapace di dialogare con la società e inadeguata nel dare risposta alle richieste che vengono dalle persone, mi riferisco a situazioni come queste. Troppo spesso in Italia manca  l’accountability (quel senso di responsabilità di fronte all’elettorato nel momento in cui si ricoprono cariche pubbliche e che deriva dall’istituto stesso della delega) che invece è tipico di tante altre realtà in Europa e nel mondo. E se la politica si chiude a riccio, aggirando le sconfitte o le istanze sociali, la persone si irrigidiscono e il dialogo sociale diventa teso. Tutto a quel punto viene letto con la chiave della provocazione, e si alza un muro che porta allo scontro non solo politico ma anche sociale. Il dibattito politico diventa la contrapposizione tra hooligans che non parlano tra loro ma si urlano contro, e questo non serve al Paese, che in questo momento, invece, avrebbe bisogno di una classe politica capace di dialogare per legiferare su tematiche importanti che condizionano la vita di tante persone: lotta alla povertà, inclusione sociale, accoglienza e lavoro, sono solo alcuni esempi.

Quando la politica rinuncia alla gestione condivisa della cosa pubblica, accettandone onori ed oneri, gratificazioni e responsabilità, e sceglie l’arte della provocazione allora la frattura, istituzionale e politica, diventa anche sociale.

Una frattura, quella sociale, che è sempre difficile da rinsaldare.

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