Il ritorno di una generazione.

​Il dato inequivocabile dell’esito referendario è che l’81% dei giovani tra i 18 e i 34 anni hanno votato per il NO alla proposta di revisione costituzionale proposta dal Governo Renzi. Nella fascia subito superiore 35-54 la percentuale si attesta al 67. Solo gli over 55 preferiscono, di poco, il Sì con il 53%. 

È evidente che con l’alta affluenza registrata nella consultazione referendaria del 4 dicembre abbiamo assistito al ritorno sulla scena politica di una generazione che esiste ma che troppo spesso è stata messa all’angolo nel dibattito pubblico e politico, richiamata (come altri attori sociali), solo nelle campagne elettorali. I giovani che si sono mobilitati per il referendum sono sembrati tra le persone che più si sono interessate a capire le ragioni di una riforma, la sua correttezza e le conseguenze che ne derivavano, proponendo approfondimenti e momenti di dibattito e confronto tra le ragioni del Sì e del No. Alla fine hanno scelto e l’hanno fatto in maniera chiara ed inequivocabile rigettando una proposta costituzionale che non hanno sentito vicina alle esigenze, anche di rappresentanza, di una generazione che vive una condizione di mancata rappresentanza, non solo a livello anagrafico ma anche a livello di scelta politica. 

I giovani sono tra i soggetti che maggiormente si sono trovati a pagare i costi della crisi fronteggiata da riforme timide e poco incisive, sul piano del lavoro, che in alcuni frangenti hanno contribuito ad una maggiore precarizzazione della loro situazione lavorativa. Il JOBS ACT, i voucher o le misure lasciate allo sbando come Garanzia Giovani, sono sembrati più toppe che reali processi di riforma di un sistema che necessita obbligatoriamente di incentivi. In una situazione già talmente complessa, i giovani hanno bocciato una proposta che è sembrata più della politica per la politica che per i cittadini. L’idea di “svecchiare” il Paese non ha convinto proprio quelli che vecchi non sono, quelli che forse ancora aspettano di vedere la Costituzione realmente applicata per poi esprimersi su come cambiarla. A partire proprio da quell’articolo 1 che afferma che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e che la sovranità spetta al popolo. 

Un voto così compatto di una generazione non ha solo una conseguenza immediata sul piano referendario ma anche sul livello politico: significa bocciare una classe dirigente che probabilmente si è dimostrata incapace di rispondere alle sfide che la contemporaneità gli ha presentato e che invece si presentava come il nuovo rispetto alla “casta”.

Non è un Paese per giovani – come non lo è per donne, e la grande partecipazione alla manifestazione del 26 novembre scorso lo ha dimostrato – e forse anche su questo bisogna aprire una riflessione approfondita. È necessario tornare ad aprire un dialogo serio con le nuove generazioni per costruire insieme una serie di proposte condivise. Le nuove generazioni hanno tanto da raccontare ma troppi pochi spazi per farlo.

È da dati come quello del voto dei giovani che bisogna ripartire per provare a superare una frattura politica che la campagna di questi mesi ha fatto emergere in tutta la sua drammaticità e che sembra continuare a persistere anche all’indomani dell’esito della consultazione. La Politica dovrebbe essere qualcosa che va oltre il risultato di una consultazione; è il processo di costruzione di un progetto politico capace di dare rappresentanza e risposte concrete alle sfide politiche, sociali ed economiche. Politica significa tornare a disegnare il futuro anche per quelle generazioni che vivono ancorate ad un presente che non va avanti.

I referendum si vincono o si perdono, i Governi iniziano e finiscono, ma le persone, i loro problemi e le loro necessità, restano. Ed è su di loro, sulle persone, che dobbiamo continuare a lavorare, mettendo da parte le nostre sicurezze, ripartendo dalla partecipazione e da progetti condivisi.

Il Tour Ri-Costituente continua, anche per questo.

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