Qualche motivo sul perché #ioVotoNo

Il 4 dicembre una volta era il mio compleanno: mi inventavo sempre modi per festeggiare insieme con la famiglia e gli amici, pensavo ai regali e amavo sentire l’affetto delle persone che mi stavano attorno. Poi il Governo ha deciso di fissare in quella data il Referendum Costituzionale e ho capito che il mio compleanno non sarebbe mai passato alla storia perché oscurato da questo passaggio, che indipendentemente dal risultato, risulterà come storico. Sto dalla parte dei sostenitori del NO e mi impegnerò fino a quella data per convincere che la nostra bellissima Costituzione va prima attuata fino in fondo per poi domandarsi se e come vada modificata. E che se va modificata non si deve depauperare il ruolo centrale dei cittadini quali detentori della sovranità. Ci vuole più democrazia e partecipazione.

Qualche tempo fa in uno scambio di opinioni su Facebook non ho avuto modo di rispondere adeguatamente ad una serie di interrogativi lanciati da una sostenitrice del SI. Avevo promesso che avrei motivato la mia posizione. Oggi l’ho fatto. #ioVotoNo

Se la riforma costituzionale non tocca il titolo I e II, dove tradirebbe lo spirito costituzionale?

Lo spirito costituzionale sta in tutta la nostra Costituzione. La prima parte elenca diritti, doveri e libertà dei cittadini. È vero questa parte non è oggetto della riforma ma non si può pensare che cambiando le modalità con le quali quella parte diventa reale, pratica, non si stia modificando lo spirito stesso della nostra Costituzione. Inoltre tanti di quei diritti sono ancora non completamente realizzati nel nostro Paese. In un momento di recessione culturale e di imbarbarimento come quello che stiamo vivendo, rendiamo completamente operativa la nostra Costituzione e valutiamo poi cosa vada modificato per migliorarla, per tutti, non solo in nome del principio di governabilità, che lanciato così, come se fosse valido in se stesso, non ha motivo di essere.

La riforma del titolo V è già stata avviata dal governo dell’Ulivo …incompleta …perché allora ci andava bene federalismo fiscale …autonomia per funzione e legislazione alle Regioni ed ora avere una vera camera consultiva delle regioni e dei comuni non va più bene?

Il raggruppamento ulivista è stato al governo negli anni 1996-2001 (governi: Prodi I, D’Alema I,D’Alema II e Amato II) e 2006-2008 (governo Prodi II). Nell’ultimo caso avevo 16 anni quando si votò e nemmeno 18 anni quando cadde il Governo. Per quanto l’esperienza politica risulti significativa per il centrosinistra e per quanto sia stata ricorrente anche nei miei studi, non l’ho di certo vissuta come mi trovo ad essere protagonista, informato e consapevole, da circa cinque/sei anni. Anche per motivi generazionali non posso pertanto essermi espresso nei contenuti di quel processo di revisione costituzionale. Quello che posso dire è che il Federalismo Fiscale è una possibilità quando viene associata a principi di uguaglianza, equità sociale e progressività che prevedono un combinato di check & balance capace di far sì che le Regioni si sostengano vicendevolmente. Mi sembra evidente che non sia stato così tanto che il divario tra nord e sud sia ampiamente aumentato (non è un caso che le regioni obiettivo erano tutte del sud: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia). Un corto circuito che è risultato ancora più evidente con al riforma delle competenze Stato-Regioni che ha creato disuguaglianze sostanziali in ambito di politiche sociali (si pensi per esempio alla sanità). Sia chiaro con questo non voglio dire che l’autonomia regionale sia un male, ma va strutturata tenendo conto che ci deve essere omogeneità su tutto il territorio nazionale rendendo davvero operativo il principio di sussidiarietà verticale ed orizzontale. Sulla Camera delle autonomie (più o meno consultiva) ho sempre avuto i miei dubbi: siamo uno stato unitario suddiviso in entità territoriali ma non siamo uno stato federale. Se siamo per il superamento del bicameralismo allora si deve mantenere una sola Camera non ha senso tenerne un’altra (qualche dettaglio di seguito).

Perché si grida al l’attentato alla democrazia perché non si sceglieranno direttamente i rappresentanti della nuova camera? Perché ora è il cittadino che sceglie onorevoli e senatori?

Intanto una prima precisazione: la legge elettorale non è legge costituzionale, ma viene un gradino sotto. Essa è tenuta a rispettare quei criteri che la Costituzione prevede, in primis l’articolo 1 che recita che la sovranità spetta ai cittadini e a nessun altro (segreterie di partito comprese). Nel Paese che vorrei se esiste una sola Camera con potere legislativo allora essa deve essere il più rappresentativa possibile dei cittadini che la eleggono e possibilmente con Parlamentari che rispondano ai cittadini che li hanno scelti e non alle segreterie che li hanno nominati. In termini politichesi parliamo o di un proporzionale corretto o di un maggioritario a collegi uninominali. Il Parlamento che ha deciso di cambiare la Costituzione è stato eletto con il  Porcellum, legge elettorale considerata incostituzionale perché i cittadini non avevano potere di scelta, e ha votato una legge, l’Italicum, che prevede che in ogni mini collegio il capolista sia bloccato e gli altri (secondo chi vince, secondo le percentuali, secondo le preferenze) sono scelti. Il tutto andrà a comporre una Camera sola dove la maggioranza dei parlamentari probabilmente sarà composta dai capilista bloccati (tra maggioranza e opposizioni). Si è vero prima non li sceglievamo, e non andava bene, ma non è che con questa legge elettorale sia molto meglio. Poi chiaro se l’obiettivo è solo quello di garantire la governabilità alzo le mani. Resta il fatto che la riforma costituzionale (per come è stata pensata) indebolisce la Camera che resta e rafforza il Governo e la legge elettorale rafforza la maggioranza di governo con il premio di maggioranza. La democrazia rappresentativa si regge su maggioranza e minoranza/opposizione. Se queste saltano perché la bilancia è troppo sbilanciata il gioco in sé vacilla. In un contesto dove l’astensionismo cresce, le province le eleggono i consiglieri comunali, il Senato diventa il doppio (triplo ?) incarico di consiglieri e sindaci, si capisce bene come legge elettorale e riforma costituzionale siano tra loro intrecciate (come storicamente e politicamente lo sono sempre state).

Perché non rappresenta un risparmio 245 senatori in meno con annessi e connessi?

Il vero risparmio sarebbe stato quello di tagliare la metà dei Parlamentari e di fissare un tetto a stipendi, indennità e benefits (anche per i dipendenti del Parlamento). In questo modo il risparmio sarebbe stato reale e non si sarebbe intaccato nemmeno il livello territoriale che con questa riforma ne esce ancor più indebolito (per quella storia che i consiglieri regionali e i sindaci diventano Senatori). I costi della politica non vanno diminuiti, vanno abbattuti perché sono esorbitanti ed esagerati rispetto alle necessità di un Paese in crisi che deve completamente ricostruire le proprie politiche sociali. Insomma anche nel caso del risparmio istituzionale si poteva fare di meglio. Forse si sarebbe trovata anche una convergenza più ampia.

Perché avere una camera unica come in UE e in tanti paesi dove iscrivendosi un disegno di legge si stabilisce anche i tempi certi per il suo iter questo diviene attentato alla democrazia?

Se si considerano i dati pubblicati nei rapporti della Camera dei Deputati in merito al periodo 1997-2013 l’Italia, per numero di leggi approvate ogni anno, è seconda solo alla Germana superando Francia, Spagna e Regno Unito. Il tema quindi della produttività legislativa mi sembra sano e salvo indipendentemente dalla riforma costituzionale. Il tema del superamento del bicameralismo perfetto (e quindi ridondante) non credo vada affrontato sotto questo punto di vista. Sarebbe preferibile quello dello snellimento dell’architettura costituzionale in sé. Ha veramente senso avere ancora un Senato (tra l’altro eletto in maniera diversa rispetto alla Camera)? Onestamente, come già detto, il bicameralismo si può tranquillamente superare. Ugualmente non ho nessun problema ad affrontare il tema dello snellimento del processo legislativo (che in caso di superamento del bicameralismo sarebbe elemento naturale) ma non nei termini di un rafforzamento totale del Governo e della maggioranza a discapito della rappresentanza (e del potere) delle minoranze. Altrimenti discutiamo proprio di cambio di forma di stato (e di governo) ma anche in quel caso affinché il gioco funzioni servono pesi e contrappesi, diversi sì ma chiari e definiti (come in Francia, USA ecc..).

no

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