Femminismo e gestazione per altri

Quando mi sono trovato a preparare il progetto di ricerca per diversi bandi di dottorato sugli studi di genere, ho puntato molto sulle nuove sfide del femminismo in una società a variabili multiple, dove il superamento del genere come elemento di classificazione esclusiva poteva riaprire canali di comunicazione con altre forze sociali per battaglie comuni. Ritornare a quell’alliance objective rilanciata anche dalla riflessione di Chauvin nel 2005. Da femminista ne ero e ne resto convinto: la strada da perseguire è quella di riallacciare i rapporti tra il movimento femminista (inteso nella sua più ampia complessità) con le altre realtà socio-culturali presenti nel nostro Paese.

Quello che proprio non mi aspettavo di constatare era che una parte del femminismo si muovesse in senso diverso e in parte diametralmente opposto attraverso un confronto, divisivo, aspro, duro e spesso più emotivo che razionale, sulla gestazione per altri come elemento di rottura del percorso appena delineato.

In un momento di totale imbarbarimento della nostra società ci si deve adoperare per costruire sinergie non per contribuire ad aprire voragini che dividono. L’irrigidimento di una parte delle donne sul tema della gestazione per altri, tra l’altro con discorsi che nella loro costruzione, anche semplicemente semantica, ricordano troppo quella destra discriminatoria che dovremmo combattere senza se e senza ma, determina una frattura, interna, che divide invece di unire e che spesso non è funzionale nemmeno alle altre battaglie che andrebbero portate avanti. Parliamo, confrontiamoci e discutiamo anche di gestazione per altri, ma se partiamo col chiamarla “utero in affitto”, commercializzazione del corpo da parte di “maschi” senza scrupoli (con una generalizzazione spesso impropria) già si crea una rottura che è difficile ricucire.

Uno dei principi di base del femminismo è l’autodeterminazione che si declina nell’affermazione “il corpo è mio e me lo gestisco io” che non ha solo un’importanza valoriale e simbolica nell’immaginario collettivo ma un significato preciso in termini di rivendicazione del sé e della propria libertà. La “crociata” che una parte del femminismo ha scelto di intraprendere contro la GPA sembra andare in contraddizione proprio con il principio appena citato: come se il corpo sia proprio fintanto che si resta dentro un recinto che qualcuno ha delimitato, prima erano gli uomini, ora una parte delle donne. Un dibattito che alla fine diventa sterile perché confonde tanti piani e tanti temi: dalla maternità, all’omogenitorialità, passando per lo sfruttamento del corpo della donna che tutti, compreso chi si dichiara favorevole alla GPA, rifiuta e combatte. Il tema è complesso e va discusso, anzi deve essere discusso perché esiste e non si può far finta di niente come quando si nasconde la polvere sotto il tappeto. Per farlo però non riproponiamo i modelli di conflitto che sono tipici dei nemici invece di rifarci a chi dovrebbe confrontarsi con rispetto reciproco con la convinzione che alla fine bisogna comunque fare fronte comune contro discriminazioni e violenze. Non è una gara a dimostrare chi è più femminsta, atteggiamento che nella storia è già successo e ha determinato per anni lo stallo del movimento.

Queste riflessioni le propongo convinto che prima di intervenire giuridicamente sulla pratica della gestazione per altri (tenendo alto il principio cardine che la maternità non si compra, tanto meno il corpo della donna) sia importante riformare il sistema delle adozioni per permettere senza discriminazioni che un bambino cresca amato piuttosto che solo e abbandonato, perché può non esistere il “diritto ad avere un figlio” ma il sentimento di maternità e/o paternità scaturisce in maniera del tutto naturale e incontrollabile nell’animo umano.

In una società che si riscopre profondamente maschilista e patriarcale, preda di una spirale agghiacciante di violenze, femminicidi e discriminazione per tutti coloro che vengono percepiti come divergenti dalla “normalità” (obbligata, imposta e spesso ingiustificata), come altro non identificabile, contenibile, gestibile e quindi da limitare, attaccare, contenere, è davvero la strada migliore quella di continuare una battaglia interna con toni e metodi che non dovrebbero appartenerci? Vogliamo davvero ridurre l’enorme questione maschile che esiste nel nostro Paese al dibattito “GPA: Sì o No”?

Non lo so, io credo, personalissimamente, che bisognerebbe puntare a costruire nuovi ponti non a mettersi di impegno a far saltare in aria quei pochi che ci sono e che andrebbero rinsaldati. Non tanto per il successo di questo o quello, della comunità LGBT o di quella femminile. Per il bene comune. Per tutti, uniti nella diversità.

POST SCRIPTUM

So già che questo post susciterà reazioni diverse ed eterogenee, più o meno scomposte, anche perché fatto da un “maschio” che, purtroppo, per una parte dell’universo femminista resta la rappresentazione del male senza possibilità di redenzione. Senza voler guardare in faccia alla realtà che chi scrive femminista lo è davvero e di questi temi si occupa da anni. Non credo nei portatori di verità ma in chi prova a proporre un contributo, una riflessione. Questo è il senso di questo post, che di certo non può sostituire un confronto aperto e plurale sui temi trattati.

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2 risposte a "Femminismo e gestazione per altri"

  1. Un parere serio e misurato. Io sono sempre in difficoltà sul tema gestazione per altri. Forse il fatto che non abbia mai sentito l’esigenza di diventare madre, se non una volta sola, mi ha tenuto lontana da quest temi. Sono in sintonia con te. C’è una questione maschile nel nostro paese e non riguarda solo la GPA, riguarda il potere, il possesso, la paternità, la cura familiare. Riguarda la responsabilità per intero delle relazioni. Riguarda la violenza.
    Riguarda una oscietà che vuole le donne in un certo modo. Compreso mamme a tutti i costi

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