Pensieri al Femminile | Roberta Fiaschetti

Ho 25 anni e vivo in Italia. Nonostante la grande volontà di riconoscere nella mia società un’apertura all’uguaglianza di genere, la realtà mi salta addosso giorno dopo giorno deludendomi profondamente.

E’ dal 1946 che una donna è stata eletta sindaca, si tratta di Ada Natali, precisamente nel comune di Massa Fermana, ma solo oggi ci interroghiamo se sia giusto declinare al femminile il sostantivo “Sindaco”. Facebook, Twitter, programmi Tv si riempiono di discussioni per la maggior parte povere di contenuti.  I punti di vista sciorinati (per lo più di uomini) hanno l’aspetto di una mera presa di posizione legata a retaggi del passato. Una società patriarcale, un pensiero patriarcale ed androcentrico condiviso, nonostante la recente approvazione della legge sulle unioni civili. Siamo fatti così, ipocriti.

LA sindacO si e la sindacA no. Siamo addirittura disposti ad un errore grammaticale pur di non accettare che una donna ricopra una importante carica politica. E perché nessuno ha mai detto “LA commesso”, “LA cameriere” o “LA cuoco”? Già, nessuno ha mai trovato niente da ridire su “ LA cuocA”. Questi mestieri hanno da subito avuto la loro giusta declinazione linguistica. Mentre le cariche politiche restano un punto interrogativo nella mente del cittadino italiano e nel suo modo di esprimersi. Del resto, le donne hanno il voto da soli 70 anni.L’ignoranza dilaga sui social, mi meraviglia di come l’abbiano presa persone del mio stesso sesso, ponendosi in conflitto con l’idea della declinazione del termine al femminile. Donne che amano sentirsi al pari dell’uomo accantonando il proprio soggettivismo, quelle che si definiscono “con le palle”. Beh amiche, mi dispiace, ma gli attributi che avete non sono quelli.

Nel 1987 usciva “Il sessismo nella lingua italiana” di Alma Sabatini, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Quel libro riconosceva l’importanza del linguaggio per la costruzione di identità maschile e femminile, le differenze di generi (o  gender), e promuoveva l’utilizzo di una lingua non sessista, 29 anni fa.

Molti studiosi sostengono l’importanza del legame linguaggio e pensiero, ipotizzando che il linguaggio condizioni il nostro modo di pensare. Il dibattitto italiano su Ministro/Ministra e Sindaco/Sindaca sembra che stia smuovendo qualcosa nelle acque stantie di una tradizione che indicava con il maschile l’unico modo lecito di descrivere le cariche suddette. Ma non basta, siamo indietro. Non dovremmo stare ad interrogarci di questo, dovremmo accettarlo come l’unica scelta possibile e giusta riconsegnando, così, la dignità che il termine indica.  Siamo spettatori di un cambiamento, in politica (il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America potrebbe essere una donna) come nella pop culture (la nuova eroina dei fumetti Marvel è  una Spider Woman incinta); dobbiamo solo abbandonare i retaggi che ci legano al passato, quel passato che non ci appartiene. Il presente è mutazione: un passaggio da un momento storico ad un altro avviene anche attraverso il linguaggio che adottiamo. Per questo motivo non lasciamo che il termine sindaca lo utilizzino solo le testate giornalistiche, per essere politically correct, fatelo entrare nella vostra quotidianità.

Luce Irigaray, filosofa e psicanalista belga sostenitrice di un dialogo tra le differenze che porti alla “convivenza universale”, può essere una lettura illuminante (nomenomen):

La costruzione di un linguaggio femminile, di un discorso filosofico, politico, artistico, religioso femminile, è la via per giungere a una cultura a due soggetti. Non basta, infatti, criticare il patriarcato o la fallocrazia, anzi la critica a volte resta all’interno della logica del Medesimo e non tiene conto della differenza, che vuole un altro comportamento, un altro modo di pensare e di agire. Occorre piuttosto costruire un’altra cultura, anzi due, precisa Irigaray: una appropriata alla soggettività femminile e una relativa alla relazione tra due soggetti differenti: se stessi, il mondo, l’altro. E questo a partire dalla differenza sessuata che è ciò che la cultura occidentale ha abolito e che è la più basilare e la più naturale, quella che per prima articola natura e cultura. Coltivare la relazione nella differenza, a cominciare da quella uomo-donna, significa lavorare “verso la liberazione dell’umanità stessa, e verso un altro tempo del nostro divenire umano” – Fonte Treccani.it “Le filosofie della differenza sessuale” di Luce Irigaray

Post scritto da Roberta Fiaschetti

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