Sindaca e le altre parole al femminile: può essere difficile ma è fondamentale

Capisco che può essere difficile, ma è di un’importanza fondamentale: una donna che vince le elezioni amministrative viene eletta SindacA. Declinare al femminile i nomi professionali non serve a forzare la lingua e a trasformarla a tutti i costi; serve a indurre una vera e propria rivoluzione culturale che dal linguaggio si propaga alla società.

Se nella lingua italiana non esiste un genere neutro, non può essere più corretto sostituirlo con il maschile, tanto più se si parla di donne. La SindacA, l’AssessorA, la MinistrA (giusto per fare qualche esempio), non servono a testimoniare un mero e ridondante esercizio stilistico-lessicale piuttosto sono strumento utile per ribaltare la declinazione complessiva del nostro sistema sociale che per tanti, troppi, anni è stato completamente maschile. In parte anche come retaggio culturale. Le professioni – o posizioni sociali – esclusivamente per donne (se ci fermiamo un secondo a riflettere) erano già declinate al femminile: infermiera, maestra, segretaria (il segretario è altro), prostituta (di questo ultimo anche oggi non si usa comunemente prostituto). Pertanto quelle parole che non prevedevano il femminile testimoniavano come alcune professioni fossero interdette alle donne, sicuramente lo era (e forse lo è ancora in parte) la politica.

Già nel marzo 2013 l’Accademia della Crusca, sul suo sito, aveva riportato un articolo di Cecilia Robustelli[1], “Infermiera si, ingegnera no?”, nel quale si legge che “La rappresentazione delle donne attraverso il linguaggio costituisce ormai da molti anni un argomento di riflessione per la comunità scientifica […]” – e aggiunge –  “[…] in italiano e in tutte le lingue che distinguono morfologicamente il genere grammaticale maschile e quello femminile (francese, spagnolo, tedesco, ecc.), la donna risulta spesso nascosta “dentro” il genere grammaticale maschile, che viene usato in riferimento a donne e uomini (gli spettatori, i cittadini, ecc.). Frequentissimo è anche l’uso della forma maschile anziché femminile per i titoli professionali e per i ruoli istituzionali riferiti alle donne: sindaco e non sindaca, chirurgo e non chirurga, ingegnere e non ingegnera, ecc”.

Lo riconosco sono un sostenitore di quel filone dei gender studies e della riflessione femminista che presta particolare attenzione al linguaggio di genere. Forzare, in alcuni casi, la lingua comune serve ad adottare un’ottica in cui si va a declinare secondo il genere l’intero sistema e che a quel punto non riguarda solo il campo lessicale ma spazia tra la dimensione culturale e quella sociale. Significa utilizzare il linguaggio come strumento capace di veicolare messaggi che hanno un senso che esula dalla mera semantica; un senso che si eleva ad un livello che è tutto politico.

Cecilia Robustelli, sempre nell’articolo sopracitato, conclude: “Un uso più consapevole della lingua contribuisce a una più adeguata rappresentazione pubblica del ruolo della donna nella società, a una sua effettiva presenza nella cittadinanza e a realizzare quel salto di qualità nel modo di vedere la donna che anche la politica chiede oggi alla società italiana. È indispensabile che alle donne sia riconosciuto pienamente il loro ruolo perché possano così far parte a pieno titolo del mondo lavorativo e partecipare ai processi decisionali del paese. E il linguaggio è uno strumento indispensabile per attuare questo processo: quindi, perché tanta resistenza a usarlo in modo più rispettoso e funzionale a valorizzare la soggettività femminile?”

È difficile e in alcuni casi sembra anche brutto, eppure declinare al femminile è uno strumento fondamentale che dobbiamo sforzarci di usare. Il linguaggio di genere aiuta a scalfire pregiudizi e stereotipi ancora troppo radicati in una società, come quella italiana, che non è di certo gender friendly.

Non solo, purtroppo, per quanto riguarda il linguaggio.

gender-equality


[1] Cecilia Robustelli (Dott lett Univ. Pisa, MA e PhD Univ. Reading) è docente di Linguistica Italiana all’Università di Modena e Reggio Emilia. Ha svolto attività scientifica e didattica in Inghilterra (Univ. di Reading, Londra Royal Holloway e Cambridge) e Stati Uniti come Fulbright Visiting Scholar presso la Cornell University. I suoi campi di ricerca sono la sintassi storica, la storia della grammatica, il linguaggio di genere e la grammatica dell’italiano contemporaneo. Fa parte del Comitato di esperti/e della Rete di Eccellenza dell’Italiano Istituzionale (REI) presso il Dipartimento di Italiano della Commissione Europea e del Comitato direttivo della European Federation of National Institutions for Language (EFNIL). Collabora con l’Accademia della Crusca sui temi del genere e della politica linguistica italiana in Europa (biografia presa dal sito dell’Accademia della Crusca)

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