Un Ministero di Parità, un piano nazionale (serio) e l’educazione nelle scuole

Il femminicidio e le violenze di genere sono delle vere e proprie emergenze sociali del nostro Paese. Ogni giorno la cronaca da nord a sud è macchiata dalle barbarie che gli uomini commettono contro le donne. Nelle tragiche storie che troviamo sui quotidiani leggiamo il grido d’allarme al quale abbiamo il dovere etico e morale di dare una risposta efficace, impegnando in primo luogo gli uomini.

Provo a lanciare tre proposte che sono secondo me fondamentali e irrinunciabili per arginare e debellare questi fenomeni.

Serve innanzitutto un Ministero di Parità che  si occupi esclusivamente di diritti, pari opportunità e inclusione sociale (e chiaramente anche dell’altra faccia della medaglia: discriminazioni e violenze). Non basta riassegnare una delega ad una Ministra che ha altri compiti non di secondo piano. Temi complessi come questi devono avere una persona capace di dedicarsi ogni giorno con costanza creando un task force istituzionale che metta insieme esperti del settore e delle associazioni che quotidianamente fanno un lavoro straordinario sui territori.

Un Ministero di Parità che sia in grado di varare un piano nazionale di contrasto alle violenze e alle discriminazioni gestendo direttamente i fondi disponibili e rendendo attuative le normative internazionali (come la Convenzione di Istanbul ratificata dal Parlamento italiano), le direttive comunitarie (alcune parzialmente inapplicate dal 2000) e le leggi nazionali esistenti. Un piano capace di mettere in rete le esperienze positive che si registrano sui territori e di valorizzare quelle associazioni o reti che sul locale sono riuscite ad intervenire laddove lo stato sociale ha chiaramente fallito. Proprio così: non si può pensare di porre fine a questi fenomeni senza ripensare il nostro Welfare. Lo stato sociale va completamente ricostruito interrompendo il circolo vizioso del taglio orizzontale alla spesa pubblica che grava sempre maggiormente sui servizi alla persona.

Un piano che metta al centro la formazione e l’educazione di genere e alle diversità (sul modello spagnolo che tra i tanti in Europa è quello che mi convince di più con la disciplina Educazione alla Cittadinanza e ai Diritti Umani istituita nel 2006). Mancano ancora le linee guida previste dalla legge 107 (La Buona Scuola) su questi temi visto nella norma si è fatto solo un fumoso riferimento (il tanto discusso comma 16 all’articolo 1). Il Governo dice che saranno varate a breve. Il ritardo è comunque almeno ventennale visto che si è parlato a livello internazionale di educazione di genere per la prima volta nel 1995 nel corso della Conferenza ONU di Pechino (la stessa che lanciò i principi di gender mainstreaming e gender empowerment). Speriamo che il MIUR licenzi presto le linee guida, perché non c’è molto altro tempo a disposizione. Il trend nazionale su discriminazioni, violenze e femminicidi non cambierà senza interventi radicali. E non cambierà se non si inizia a lavorare con serietà sulla formazione a partire dalle scuole e dalle nuove generazioni.

In ultimo un appello a tutti gli uomini: non lasciamo da sole le donne in questa battaglia che deve vederci tutte e tutti schierati ed impegnati in prima fila. Nessuno escluso.

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