Ripensare Frosinone in chiave Green: cominciamo da poche cose fatte bene.

Il 7 maggio scorso l’associazione Zerotremilacento – Arte pubblica relazionale di Frosinone ha organizzato un convegno su “Parchi urbani, modelli e gestione partecipata del verde pubblico” che è stato interessante e ricco di spunti.

Tutta la città di Frosinone è in se stessa una questione ambientale e il tema del verde urbano, dei parchi e della gestione degli stessi è centrale nell’ottica di come ripensare il tessuto cittadino. Il consumo di suolo sfrenato insieme con la progressiva cementificazione e lo stato di abbandono e degrado delle poche aree verdi contribuiscono a soffocare l’atmosfera cittadina e a ridurre la qualità della vita.

Se da un lato il degrado della città si nota dallo stato di abbandono di ampie zone (il centro storico e i Piloni per fare i primi due esempi che mi vengono in mente), dall’altro il degrado riguarda anche ampie zone rurali (la vallata sotto via Firenze è oramai zona selvaggia, la parte dopo le poste in via Fosse Ardeatine a tratti si impossesserà anche del marciapiede, il parco delle Colline ma anche la zona sotto il viadotto Biondi). In poche parole, e mutuando un’espressione ricorrente nel corso del convegno, Frosinone è una grande area residuale che dovremmo ri-qualificare e forse in alcune parti anche ri-bonificare.

Secondo le stime degli uffici comunali competenti, i cittadini frusinati avrebbero a disposizione ben 27 mq a persona di verde pubblico (prendo per buona la stima fatta dai rappresentanti istituzionali) anche se molto di quello spazio è probabilmente impraticabile. E ancora: già nel 2006 è stato redatto un piano del verde insieme con una carta del verde cittadino che servì come censimento delle aree disponibili. Il problema è che nel giro di dieci anni forse non si è intervenuti con un piano complessivo e con una messa a sistema di quello che già c’era e di quello che si poteva realizzare mettendo insieme non solo gli sforzi istituzionali di un Comune a rischio default ma anche l’impegno costante delle associazioni di settore (che spessissimo propongono progetti importanti per la città ma che forse per una diffusa difficoltà a dialogare reciprocamente tra loro e con le amministrazioni corrono il rischio di confinare queste enormi potenzialità in interventi che sulla media e lunga durata collassano). Vale la pena invece sedersi ad un tavolo e cominciare da piccoli passi che possono però capovolgere radicalmente i paradigmi a cui siamo abituati e che possono portarci a ri-pensare la città. Proverò a lanciare qualche idea che mi era venute in mente proprio al convegno ma che non ho avuto modo di condividere con i presenti.

  • Per ogni albero tagliato un nuovo albero piantato: principio di una banalità assoluta ma che diventa centrale anche a fronte delle numerose polemiche degli scorsi mesi di cittadini che hanno protestato per la potatura e spesso l’abbattimento di alberi, alcuni anche storici, della città. Gli agronomi e i botanici devono fare il loro lavoro e se un albero mette a repentaglio la sicurezza o è malato al punto tale di doverlo abbattere è giusto che lo si faccia. In compenso però l’amministrazione potrebbe impegnarsi a ripiantare immediatamente ogni albero abbattuto. È una cosa semplice che però restituisce fiducia ai cittadini.
  • Un albero per ogni nuovo nato: è una legge del 2013 per cui ogni comune sopra i 15.000 abitanti (quindi come il nostro) deve individuare un’apposita area per sistemare un albero per ogni nuovo nato. A Frosinone era stata scelta l’area sotto l’ascensore inclinato e fu inaugurata già prima dell’entrata in vigore della legge. Anche lì però fino all’intervento di qualche giorno fa regnava uno stato di discutibile abbandono. Torniamo a verificare che davvero la legge sia stata applicata dalla sua emanazione e in caso di inadempienza riprendiamo questa iniziativa recuperando anche i nati negli anni precedenti.
  • Formazione aperta a tutta la cittadinanza sui temi dell’ambiente, del verde urbano, della partecipazione e della responsabilità condivisa. L’ambiente deve diventare centrale nella nuova idea di città partecipata che dobbiamo realizzare e per fare questo è necessario immaginare percorsi di formazione che dalle scuole si aprano al territorio e alla cittadinanza per rivoluzionare l’idea stessa di essere cittadini. Co-working, orti urbani, recupero di aree residuali, salvaguardia condivisa e tutela della città, devono diventare i must di un nuovo patto sociale da scrivere tutti insieme.
  • Recupero dei progetti iniziati e o mai finiti o abbandonati a se stessi: prima di imbarcarci in nuove fantastiche avventure, in città come in provincia, recuperiamo quello che è già è stato fatto e mai finito o abbandonato nel corso del tempo. Penso al parco delle colline in primis ma anche agli altri spazi verdi della città che esistono e che spesso sono in degrado come il tratto urbano del fiume Cosa, l’area delle Terme Romane adiacenti alla villa comunale. Costruiamo una rete di progetti realizzati dalle associazione e troviamo un modo di portarli a compimento mettendo in campo le intelligenze diffuse in tutti gli ambiti interessati provando “tirare dentro” in modo particolare i giovani. Facciamoci anche furbi: l’Europa è pronta a finanziare tanti progetti su questi temi grazie ai fondi erogati all’interno del programma LIFE. Tanti ragazzi come me si sono formati sulla progettazione europea, convinciamoli a disegnare insieme la città e a portare a Frosinone qualche finanziamento europeo.
  • Un regolamento del verde urbano: il tema della responsabilità è centrale per la riuscita di un piano di riconversione ecologica e ambientale della nostra città. È necessario predisporre un regolamento serio che preveda l’applicazione di semplicissimi principi: chi inquina paga, chi non rispetta l’ambiente paga. L’Amministrazione deve avere cura degli spazi che sono direttamente sotto il proprio controllo e deve prevedere anche forme di condivisione degli spazi con le associazioni che diventano a loro volta responsabili dell’area che viene loro concessa e allo stesso modo con i cittadini che attraverso formule come il baratto amministrativo o gli orti urbani arrivano a sentirsi pienamente integrati in un sistema che funziona grazie al contributo di tutti. I privati devono inoltre essere chiamati a rispondere della cura degli appezzamenti di terreno di loro proprietà garantendo interventi di pulizia e di “messa in sicurezza” degli spazi evitando che essi degenerino in vere e proprie foreste urbane.

Poche cose ma fatte bene. Il tempo per i Masterplan arriverà nel momento in cui riusciremo a fare rete davvero. Ma cosa ancora più importante: quando avremo superato l’ottica degli interventi a macchia di leopardo allora si che riusciremo ad arrivare ad una visione d’insieme della città che vogliamo realizzare. Proviamoci, tutti insieme.

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