Non cadiamo nella provocazione di una “guerra tra poveri” (di diritti)

La cosa peggiore che ruota intorno alle Unioni Civili, approvate in prima lettura al Senato, non è solo che si poteva avere molto di più dalla legge, ma anche che sono bastate poche ore per cadere nelle provocazioni di chi è riuscito a spaccare un fronte che dopo anni si era ricompattato, quello della comunità LGBT. Sembrano già lontane le 100 piazze arcobaleno che hanno testimoniato un popolo in cerca di diritti e uguaglianza, seppure per gradi, seppure per step. L’unica richiesta era quella di avere certezze minime che potessero rispondere ad una società che negli anni è cambiata, che potessero testimoniare riconoscimento dei diritti e legittimità all’amore e alle famiglie, diverse, che esistono e che si fa finta di non vedere.

Il punto fermo che la comunità LGBT deve avere è quello di non disperdere l’enorme capitale umano messo insieme in questo periodo così difficile e stressante evitando di cadere nel gioco delle provocazioni che sono partite all’indomani della fiducia al maxiemendamento e che tendono ad alimentare un clima di “guerra tra poveri” (di diritti). Una cosa che in Italia funziona benissimo perché l’atteggiamento tipico (come dicevo qualche giorno fa su Facebook) è quello di accontentarsi (o rassegnarsi?) perché qualsiasi cosa è sempre meglio di niente, perdendo così l’essenza stessa del movimento sociale e della politica che si basa su una continua estensione verso l’alto; in questo caso verso l’uguaglianza nei diritti e nelle possibilità che deve essere riconosciuta a tutti in quanto cittadini ed esseri umani.

Io non ho gioito per questa approvazione perché ritengo che la legge sia molto al di sotto delle reali possibilità della Politica e di quelle soglie minime intorno alle quali fino a qualche settimana fa eravamo tutti d’accordo (unità che si è sgretolata nel giro di un secondo rievocando quasi il terribile mors tua vita mea). Ho ribadito fino all’ultimo che il meccanismo politico che si era messo in moto con la fiducia era sbagliato e avrebbe prodotto una legge inadeguata e forse se mi fossi trovato seduto in quell’aula parlamentare non avrei votato una legge che considero fuori contesto, passata attraverso le forche caudine di NCD e delle offese che sono state rivolte ai cittadini LGBT. Ma oggi non mi sognerei mai di dire che quella legge va respinta alla Camera. Non perché sia incoerente o per opportunismo ma perché non si deve tornare indietro nemmeno di un millimetro, ma guardare avanti e portare la discussione ad un livello sempre più alto.

Per questo motivo le associazioni LGBT hanno fatto bene a indire una manifestazione nazionale il 5 marzo rivendicando una piazza e uno spazio pubblico per ricordare che una legge incompleta non può bastare e soprattutto non può bloccare il Paese per i prossimi anni. In primis per ribadire che la battaglia di Famiglie Arcobaleno a vedere riconosciute le loro famiglie è una battaglia nella quale tutti siamo chiamati ad essere al loro fianco. Abbiamo il dovere di puntare sempre più in alto come tutti i movimenti sociali hanno sempre fatto. Abbiamo la responsabilità di chiedere discussioni civili in Parlamento, laiche, come imposte dalla nostra Costituzione, adeguate al fatto che si parli della vita, della dignità, dell’amore e delle famiglie di cittadine e cittadini.

Non bisogna cadere nelle provocazioni e nella “guerra tra poveri” alimentata da chi vuole una comunità divisa per far apparire più forte il fronte che da destra a sinistra pensa che su questi temi bastino solo le briciole. Si leggono tante cose sulla manifestazione del prossimo 5 marzo, in tanti si preoccupano più di chi interverrà, di quale sarà la linea politica, se si chiederà l’abolizione della legge (ma dove l’avranno mai letto?), se sarà contro o a favore di Renzi (riportando la discussione sul personalismo politico che non giova a nessuno), se la Cirinnà è stata invitata per ringraziarla di quanto fatto (anche se in fondo in quanto Parlamentare sta svolgendo il proprio lavoro), che delle cose concrete. Ad esempio domandarsi quale sia il contributo che ognuno di noi può dare in questo momento. Non si vince la partita se non la si gioca tutti insieme nella quotidianità provando a superare le infinite polemiche a ridosso di una manifestazione che vede l’impegno (e lo stress) di tanti attivisti che andrebbero solo ringraziati. Invece è già ripartito il meccanismo dei distinguo e dall’altra parte i cattobigotti (e non solo purtroppo) dopo una mezza sconfitta tornano a sorridere sotto i baffi. E noi questo non ce lo possiamo più permettere.

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