Da riconoscimento a droits octroyés? La strada, comunque tutta in salita, delle Unioni Civili

È dal 2006 che si parla di dover agire politicamente e giuridicamente sulle unioni tra persone dello stesso sesso. Ve lo ricordate quando il Governo Prodi dell’Unione infiammò il dibattito con le varie proposte PACS-DiCo-didoré? Sembrava una discussione tra alieni nonostante fossimo in ritardo di anni rispetto agli altri Paesi europei. Un dibattito che tra l’altro era qualitativamente  molto basso poichè si trattava di regolamentazioni blande ma che sembravano per i progressisti italiani una svolta epocale. Per i politicanti, perché per chi quel gap lo viveva (e vive) sulla propria pelle sarebbe cambiato poco o niente, considerando che l’Italia non ha mai voluto affrontare seriamente il problema delle discriminazioni dirette, indirette e multiple che colpiscono ogni giorno una percentuale sempre maggiore di cittadin*. Basta vedere le pochissime applicazioni giurisprudenziali della Legge Mancino del 1992 (unico strumento, mozzo, per combattere crimini di odio e discriminazioni). Ma l’Unione finì, qualcuno dice anche per queste proposte, e tutto si fermò, tornando alla routine di tutti i giorni dimenticando che in questo Paese esistono cittadini di serie B e poi a scendere di serie C, C1, C2…

Furono le primarie, varie, a riportare sei anni dopo il tema delle coppie dello stesso sesso all’interno del dibattito pubblico. La scelta di ricorre ad un mezzo di legittimità democratica come le primarie comporta la necessità di raggiungere un pubblico più ampio del sostenitore classico. E allora non potendo più parlare di contratti di convivenza in forma privata il salto fu verso le Unioni Civili, alla tedesca, all’inglese, in salsa swing (inizialmente poco importava, la cosa forte era parlare di Unioni Civili, dimenticandosi però che nel frattempo il mondo era andato avanti e legalizzava il matrimonio egualitario, ma questi cosa volete che siano se non dettagli in un contesto politico dove la battaglia si gioca al centro).

Le Unioni Civili, da Bersani a Renzi, dovevano essere il simbolo, insieme con la riforma della cittadinanza, del progressismo di un PD sempre più discusso, anche dai propri militanti, a causa dalle larghe intese che lo avevano trasformato in un porto sicuro dei naufraghi di un po’ tutte le provenienze politiche. Il tema era, o doveva essere, quello del Riconoscimento. Riconoscere l’esistenza di cittadini che vivevano in una discriminazione de iure e de facto, fattispecie che andava regolata non solo per rispondere all’articolo 3 della Costituzione ma anche alle sempre maggiori posizioni comunitarie e internazionali che chiedevano, o obbligavano, il nostro Paese a legiferare sul tema.

Riconoscimento era il filo conduttore e forse la chiave di volta che avrebbe fatto accettare, seppur non con entusiasmi, anche alle associazioni LGBT una legge sulle Unioni Civili e non sul Matrimonio Egualitario, che è il vero traguardo di uguaglianza sostanziale e formale. Ma in tutta questa già complessa situazione manca un elemento non secondario: se la partita politica si gioca al centro, le posizioni della Chiesa hanno il loro peso. E allora se al famoso Meeting di Comunione e Liberazione parte il monito che le unioni civili non possono essere qualificate come matrimonio si deve trovare una soluzione, anche se al governo c’è il primo (per voti ottenuti alle scorse elezioni europee) tra i partiti socialisti e democratici europei.

E così si torna a discutere anche di fronte ad un ddl che è stato curato in maniera seria e costante dalla Senatrice Monica Cirinnà e dal Senatore Sergio Lo Giudice. Si torna a trattare con il centro, ventilando comunque la possibilità di maggioranze alternative con SEL e M5S. Ma la partita si riapre dopo mesi di resistenza, anche stoica se si pensano agli emendamenti proposti di Giovanardi o dalle assurdità ascoltate in sede di confronto con le associazioni conservatrici; si riapre una partita che potrebbe portare da un ddl che per regolamentare le Unioni rimanda al codice civile ad una legge che prevede un elenco di diritti.

Lo descrivono come un elemento solo formale e non sostanziale. In realtà è tutta sostanza: sancisce il passaggio da riconoscimento a droits octroyés (diritti concessi, come lo sono state le prime Costituzioni nel momento della formazione degli Stati costituzionali nel corso del XIX secolo). Rimandare alla disciplina organica del Codice Civile implica il riconoscimento dell’esistenza di coppie precedentemente non considerate che meritano gli stessi diritti, e doveri, delle altre – con esclusione delle eccezioni inserite nel ddl.

Scegliere la forma dell’elencazione significa passare alla concezione per cui c’è qualcuno o qualcosa che è nella condizione di decidere quali sono i diritti che spettano ad alcuni cittadini rispetto ad altri. Significa pensare che la politica può decidere di concedere diritti. Ma i diritti non si concedono, o spettano, appunto, per diritto e per cittadinanza o non spettano.

Purtroppo è più semplice di quanto lo vogliano descrivere il passaggio da riconoscimento a concessione. Ed è per questo, forse, che quando è stato fatto presente non sono mancati gli epiteti: gufi, opportunisti, disfattisti e saccenti (e tanti altri). Sembra di vivere in un Paese dove ha diritto di parola solo chi è maggioranza, chi invece magari è la minoranza che vive sulla propria pelle la strategia di marketing politico che si è aperta sul tema è meglio che stia al suo posto, perché in fondo lo slogan è “il matrimonio non si può fare le unioni civili sono il massimo che possiamo portare a casa”. Personalmente mi va anche bene ma c’è un elemento che è imprescindibile: la qualità. Fare le cose tanto per non mi è mai piaciuto. Ho sempre cercato di fare le cose fatte per bene e vorrei che facesse altrettanto chi viene pagato per un servizio pubblico quale è quello di fare le leggi per i cittadini e non per strategie politiche e ritorni elettorali. Per troppo tempo le campagne elettorali si sono combattute sulla pelle e sulla dignità della gente per poi tradursi in continui rimandi.

Si può accettare un ddl sulle Unioni Civili, che è giù un compromesso al ribasso, ma con alcuni punti fermi da non mettere in discussione: rimando alla regolamentazione del Codice Civile, reversibilità e step child adoption, chiaramente in un istituto che deve essere aperto a coppie sia omosessuali che eterosessuali senza creare discriminazioni nella discriminazione.

Il PD si dice pronto a forzature, cioè a lasciare da parte NCD e i colleghi di governo, per votare le Unioni Civili, magari dopo la Riforma Costituzionale così il pretesto, sempre magari, è giusto per una crisi di Governo e per tornare a votare.

Quello che è certo è che l’iter del ddl Cirinnà riparte a Settembre in salita e con un percorso, che se diventa quello dell’elencazione dei diritti, è ancora più rischioso perché riapre una battaglia articolo su articolo, comma su comma. Una partita nella quale l’incognita più grande si chiama Partito Democratico.

giurisprudenza-bg

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