Politicamp fermata Scuola. Appunti per una riforma condivisa.

Al Politicamp a Firenze fa caldo. Pare abbiamo beccato proprio i giorni più caldi da non so quanti anni a questa parte. Come fosse un segno del destino, di quelli che ogni tanto tira fuori Crozza: alla sinistra piace soffrire. Ma a noi di Possibile non piace soffrire, non nasciamo votati alla sconfitta, come a tanti – a cominciare dal premier – piace pensare e dire.

E così nella sala enorme in cui ci riuniamo sconfiggiamo il caldo con ventilatori enormi e quando ci sediamo ai tavoli tematici per discutere dei contenuti è più il calore interno a noi – quello che portiamo nell’analisi, nell’esposizione – che quello esterno dei 40 gradi all’ombra. In 20 intorno al tavolo dove siedo parliamo di scuola. Saltata totalmente la fase “lamentiamoci della riforma” si parte direttamente dalle proposte, dall’idea di scuola che vogliamo. Si parte dagli ideali, insomma e poi si passa alle proposte pratiche per realizzarli. Si parte dalla scuola di Don Milani, quella che non lascia indietro nessuno, fatta per far imparare davvero i ragazzi e non solo per valutarli e punirli. Fatta perché i ragazzi ne escano più istruiti, più maturi, cittadini più ricchi e consapevoli di quanto non siano quando ci entrano. Si parla di una scuola che non abbandona i ragazzi nel momento in cui ne escono, anzi che si dedichi alla formazione permanente degli adulti. Una scuola che non si tiri indietro dalla lotta alla dispersione scolastica. Una scuola che arricchisca la propria offerta formativa attraverso la collaborazione con gli enti locali (il punto di riferimento è il concetto di città educativa) e con le altre scuole, attraverso una mappatura delle buone pratiche già esistenti sul territorio. Una scuola, in poche parole, fatta per salvare il mondo, dove i ragazzi acquisiscano le conoscenze e le competenze per essere buoni e solidali cittadini, non solo buoni lavoratori pronti a sgomitare per farsi spazio nelle aziende -logica aziendalista che è invece il cuore della riforma Renzi.

Si parla di una scuola che non solo crei le competenze, ma parta da esse: parta da ciò che ogni studente sa fare, nel rispetto delle capacità, delle predisposizioni e del livello di partenza di ognuno. una scuola dove gli insegnanti, il preside e perfino il personale ATA metta al centro lo studente  e quindi l’apprendimento. ma soprattutto, l’ideale di partenza, irrinunciabile, è che una scuola del genere sia per tutti. Per gli studenti di tutta Italia e di tutti i ceti sociali, indifferentemente. Da qui le proposte pratiche: via il preside manager e più spazio agli organi collegiali, inclusi genitori e studenti. Sì a organico dell’autonomia per potenziare l’offerta formativa e aumentare tempo scuola, purché la gestione di tutto ciò sia in mano agli organi collegiali. No alla chiamata diretta del Preside. Sì a un sistema di valutazione dei docenti definito ed oggettivo, che tuteli la libertà di insegnamento e sia svincolato dalle opinioni del dirigente e dal clientelismo all’italiana, che favorisca non solo i prof più bravi ma anche quelli che sanno cooperare tra loro per il bene degli studenti. No al bonus di 500€ e sì al rinnovo del contratto. E poi una politica degli standard minimi che assicuri a tutte le scuole in tutta Italia un’uguaglianza. Le scuole di Palermo come quelle di Milano devono assicurare uno stesso livello minimo di borse di studio, di sicurezza delle strutture, di inclusione di studenti disagiati. Poi una revisione vera della formazione degli insegnanti, con lauree specialistiche appositamente finalizzate all’insegnamento (facoltà che insegnino ad insegnare insomma). Infine, non ultima, una riforma dei cicli scolastici, con la quale si superi anche quella tradizionale, sbagliata percezione dell’esistenza di scuole di serie A e serie B  che porta con sé un pregiudizio pernicioso contro gli istituti tecnici e professionali, che dovrebbero essere invece una enorme forza e spinta economica per il paese e l’occupazione. Queste sono solo le principali tra le proposte venute fuori al tavolo della scuola.

Tutte proposte, naturalmente, da ridiscutere col mondo della scuola: sindacati, associazioni di insegnanti, genitori  e studenti per una riforma davvero partecipata. E per quanto riguarda la cosiddetta “buona scuola” renziana, parte la raccolta di firme per abrogarla tramite referendum. Su questo al tavolo sorge qualche dubbio: alcune associazioni della scuola non gradiscono l’accelerazione di Possibile. Vorrebbero un quesito referendario scritto non da Possibile ma da loro stessi, e condiviso da tutto il mondo della scuola. Abbiamo forzato la mano sul referendum, è vero, ma il referendum non è di Possibile: è dei cittadini, di tutti i cittadini che lo condividono. Se abbiamo scritto il testo da soli per presentarlo subito è perché solo se siamo veloci e raccogliamo le firme sufficienti in estate si può davvero bloccare la riforma, bloccarla prima che vada interamente in vigore: se si depositano subito le firme, infatti, si voterà per il referendum subito nella primavera 2016, prima che entri in vigore il grosso della riforma, che partirebbe altrimenti a settembre 2016. Differentemente, il referendum si terrebbe nella primavera 2017: chiuderemmo la stalla dopo la fuga dei buoi. Bloccare subito la riforma dunque. Fatto questo, le nostre proposte ci sono – sono quelle enunciate sopra – e le regaliamo a tutto il mondo della scuola affinché le discuta, le accetti o le butti via con disprezzo, purché si scriva tutti insieme una riforma della scuola efficace e condivisa.

a cura di Sandra Penge, insegnante senza prospettive (Possibile San Giorgio a Liri)

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