I triangoli rosa e la storia di un Omocausto ancora difficile da affrontare. #GiornataDellaMemoria

NewsExtra_36338Tra le tante storie sepolte nelle macerie di una delle pagine più oscure del XX secolo troviamo sicuramente quella dei triangoli rosa: gli omosessuali sono stati una delle categorie deportate nei campi di concentramento all’interno della folle strategia di epurazione e sterminio del regime nazista.

Circa 100 mila, secondo la stima delle ricostruzioni, i triangoli rosa, il colore che veniva assegnato agli omosessuali per sottolineare come la loro offesa fosse quella di aver perso la mascolinità tanto idolatrata dal nazismo. Un numero a cui si devono aggiungere le lesbiche, che però non esistevano giuridicamente, e che quindi finivano nella categoria degli asociali a cui si accompagnava il triangolo nero: le donne che amavano donne si sottraevano al dovere sociale di soddisfare gli uomini e di procreare nuovi piccoli discendenti della razza ariana.

Omocausto è la parola che è stata coniata per raccontare una storia che è rimasta sommersa dalle macerie della guerra e che è rimasta segreta perché gli omosessuali una volta liberati dai cancelli dei lager sono finiti nuovamente vittime delle legislazioni nazionali che ritenevano l’omosessualità una malattia o un crimine perseguibile per legge, addirittura punibile con la reclusione.

La Germania, e Berlino in particolare, sono stati centri attrattivi della comunità omosessuale tra ‘800 e ‘900 tanto da essere teatri di incontri con intellettuali, medici e attivisti che diedero vita ai primi gruppi di mobilitazione. Addirittura nel 1904 la capitale tedesca ospitò una conferenza di Magnus Hirschfed, sessuologo e leader del primo movimento omosessuale tedesco, in cui per la prima volta si confrontarono apertamente gay, lesbiche, eterosessuali e femministe, accendendo i riflettori su questioni come l’autonomia personale e l’uguaglianza dei sessi.

Nonostante il generale clima di accettazione non si può negare l’esistenza di una legislazione particolarmente severa legata al famoso Paragrafo 175 che perseguiva la fornicazione innaturale degli omosessuali. Sarà questo il cavallo di Troia che permetterà nel 1935, dopo un anno circa dalla Notte dei Lunghi Coltelli in cui furono colpiti tra i tanti anche noti omosessuali vicini al Fuhrer, l’irrigidimento del nazismo nei confronti della comunità omosessuale che porterà poi all’internamento dei gay nei campi di concentramento.

Eppure per gli omosessuali internati l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz del 27 gennaio 1945, che ha determinato la fine di quell’incubo infernale, non ha significato il ritorno alla libertà, bensì il passaggio da uno stato di prigionia all’altro. Certo le legislazioni nazionali non erano finalizzate all’eliminazione psicologica della persona e della sua identità e dignità ma non permettevano comunque alle persone omosessuali di vivere liberamente il proprio orientamento sessuale: la gran parte delle legislazioni internazionali (dei Paesi considerati democratici e occidentali) ha continuato ad avere all’interno del corpus giuridico normative repressive dell’omosessualità considerata come malattia e/o come reato e offesa verso il senso civico del pudore almeno fino agli anni ’70, da quando è cominciato il processo di depenalizzazione che è stato quasi generale nel corso degli anni ’90 dopo la decisione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di eliminare l’omosessualità dalla lista delle malattie.

Per gli omosessuali l’Omocausto è continuato, nel silenzio e nella negazione di se stessi e di quello che era successo. Anche per questo la ricostruzione di questa pagina della storia della comunità LGBT risulta difficile: il silenzio in cui i sopravvissuti si sono chiusi e il clima repressivo che ancora vigeva nei confronti dell’omosessualità hanno determinato che non ci sia stata trasmissione della memoria di quanto sia successo, come invece è accaduto con i sopravvissuti ebrei per esempio.

E ancora oggi l’Omocausto resta una storia difficile da affrontare perché ancora in troppi Paesi la comunità LGBT vive senza tutele o ancora, addirittura, perseguitata. Il movimento di liberazione omosessuale che si è sviluppato a partire dagli anni ’60 e ancor più dopo i moti dello Stonewall Inn di New York del 1969 hanno completamente cambiato l’approccio degli omosessuali alle rivendicazioni politiche aprendo una stagione di lotta e di identità che in alcune realtà è tutt’altro che conclusa.

La memoria di quanto è successo, che lentamente riaffiora, deve portare alla riflessione sulle discriminazioni che ancora oggi affliggono la comunità LGBT. La Giornata della Memoria serve anche a questo: le cose accadute non devono più succedere e bisogna creare le condizioni che permettano ad ognuno di vivere liberamente il proprio essere, facendo in modo che nessuno più possa essere vittima delle barbarie e delle atrocità che l’odio per il diverso, nella sua degenerazione più estrema, può determinare.

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